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La storia può essere ricondotta a più di 35 anni fa, quando Fabrizio e Roberto frequentavano nella medesima classe l’Istituto Agrario a Bologna e come succede a molti adolescenti, pensavano e vagheggiavano su paesi lontani e spiagge bianche sconfinate bordate di palme.
Passano pochi anni e Fabrizio parte sul serio per “paesi lontani”: rimarrà per quattro anni in Africa australe e di questo periodo quasi la metà la passerà in Mozambico come tecnico agricolo, legato ad una missione di sviluppo del Ministero degli Affari Esteri.
Per Fabrizio seguiranno poi altri cinque anni all’estero e precisamente in Brasile come Direttore generale di una grande “fazenda”e ,oltre al lavoro, terminò anche gli studi universitari abbandonati in Italia e si laureò “cum laude”in Agraria specializzandosi in “ Scienze della produzione di colture tropicali”; gravi problemi familiari lo costrinsero ad un rientro in Italia che divenne,purtroppo per vari e gravi motivi, definitivo.
Roberto nel frattempo aveva anche lui messo a frutto gli studi superiori e si era accasato,lavorativamente parlando,con il Consorzio Nazionale Bieticoltori.
Dopo anni di lontananza i due amici si rincontrarono e, come spesso accade, il confronto tra le esperienze vissute fa maturare le scelte; accade così che dalla frequentazione comune di una ONG, scatti in Roberto la determinazione di rendersi utile, con la propria esperienza tecnica e le sue doti umane, per un progetto agricolo che l’allora Associazione Amici dei Popoli aveva in atto in Ruanda.
E così anche Roberto partì per la sua prima, ma anche ultima e tragica,esperienza africana. Dopo pochi mesi di permanenza in Ruanda scoppiò la tragica guerra tra Hutu e Tutsi che portò ad un vero e proprio genocidio. Da questa breve e fortissima esperienza Roberto accrebbe la propria determinazione a far sì che “prima o poi” doveva tornare in Africa. Roberta invece non aveva alcun legame,neppur onirico, con l’Africa tranne forse un legame di origine parentale poiché il nonno paterno di Roberta aveva vissuto e lavorato, in un paese del Corno d’Africa per tanti anni; chissà che non esista una forma di richiamo “genetico”in seconda generazione che porti in sé il gene del “mal d’Africa”?Lasciamo ai genetisti il quesito; il fatto incontrovertibile è che Roberta quando è entrata in contatto con l’Africa “nera” e vera (non quella del viaggio organizzato per intenderci) è rimasta impressionata dal “feeling” immediato con i luoghi e le genti che ha incontrato, quasi una sensazione di appartenenza, di stare bene, di essere a proprio agio.
E questo le è successo nel corso del viaggio che ha poi,anche,sancito formalmente la nascita dell’entità legale imprenditoriale. Un mese di immersione in luoghi sino ad allora sconosciuti, un mese di contatti con genti culturalmente lontane, le hanno lasciato la consapevolezza che la distanza è un qualcosa che si misura in metri, mentre la vicinanza la si misura aprendo la mente ad angoli di visuale fino ad allora preclusi. E come se tutto ciò non le fosse stato sufficiente, le è toccato anche di condividere gli ultimi sette anni, abbondanti, con Fabrizio come compagno di vita. In questo periodo della sua vita ha quindi condiviso i ricordi e le esperienze di, e con, Fabrizio che nel frattempo aveva mantenuto un cordone ombelicale con l’Africa tramite alcune missioni fatte nel Continente Nero per conto di una ONG. Circa tre anni fa Roberta lo accompagnò durante una breve missione in Nigeria e già allora, pur in una situazione particolare, rimase coinvolta profondamente da alcuni aspetti della realtà che incontrò.